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L’intelligenza artificiale è sempre più presente nei processi decisionali che attraversano la nostra vita quotidiana: dall’accesso ai servizi pubblici alla selezione del personale, fino alla gestione delle informazioni e del welfare. Spesso percepita come neutrale e oggettiva, l’AI viene associata a maggiore efficienza e capacità predittiva. Questa apparente neutralità, tuttavia, nasconde una questione centrale: l’intelligenza artificiale può contribuire a produrre nuove forme di discriminazione.

Per comprendere questa trasformazione è utile partire da una figura sempre più utilizzata nel dibattito contemporaneo: quella dell’Homo digitalis. Non si tratta semplicemente di un individuo che utilizza tecnologie, ma di un soggetto la cui esistenza si sviluppa attraverso il digitale. Le nostre relazioni, decisioni e identità passano sempre più attraverso piattaforme, dati e algoritmi. In questo senso, non è più soltanto “io penso”, ma sempre più “io navigo, io clicco, quindi esisto”.

Se Homo digitalis è una figura ibrida, fatta di dati, corpi e relazioni, allora anche la qualità della vita e le discriminazioni nell’era dell’intelligenza artificiale assumono una natura ibrida. Non si manifestano solo all’interno degli algoritmi, ma emergono quando l’accesso ai servizi si sposta online, quando l’autonomia si riduce, quando l’informazione diventa una barriera e quando i costi materiali del digitale ricadono sui territori. La questione centrale diventa, allora, capire chi viene abilitato da queste trasformazioni e chi, invece, viene lasciato indietro.

I sistemi di intelligenza artificiale non operano nel vuoto. Sono costruiti a partire da dati, modelli e scelte che riflettono contesti sociali, culturali ed economici. Quando i dati sono incompleti o influenzati da bias storici, gli algoritmi possono replicare e amplificare disuguaglianze già esistenti. In questo senso, la discriminazione non è prodotta esclusivamente dalla tecnologia, ma dall’ecosistema digitale complessivo che distribuisce opportunità e visibilità.

Un esempio concreto riguarda l’accesso ai servizi pubblici digitalizzati. Sempre più procedure, dall’accesso a contributi economici ai servizi sanitari, richiedono competenze digitali, strumenti adeguati e capacità di orientarsi tra piattaforme e interfacce. Chi non possiede questi strumenti o queste competenze rischia di essere escluso, non per mancanza di diritti, ma per mancanza di “traduzione” all’interno del sistema digitale.

È qui che la digitalizzazione può trasformarsi in una nuova forma di barriera sociale.

Queste dinamiche permettono di individuare nuove forme di vulnerabilità, che incidono direttamente sulla qualità della vita. La vulnerabilità algoritmica emerge quando decisioni automatizzate semplificano la complessità delle persone, penalizzando chi non rientra in categorie standardizzate. La vulnerabilità informativa riguarda invece la difficoltà di comprendere linguaggi, procedure e logiche digitali sempre più complesse, rendendo l’accesso ai diritti dipendente da competenze tecniche. A queste si aggiunge una vulnerabilità meno visibile ma altrettanto rilevante: quella territoriale ed ecologica. Le infrastrutture digitali hanno un impatto materiale, in termini di consumo energetico, acqua e risorse, che non è distribuito in modo equo, incidendo in maniera differenziata sui territori e sulle comunità.

Accanto a queste criticità, è importante riconoscere anche le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale. Se progettata e governata in modo responsabile, l’AI può migliorare l’accesso ai servizi, semplificare processi complessi, supportare persone con fragilità cognitive o linguistiche e contribuire a una migliore gestione delle risorse ambientali. Può, in altre parole, aumentare la capacità delle persone di comprendere, orientarsi e partecipare alla vita sociale.

Queste opportunità, tuttavia, non si distribuiscono automaticamente. Diventa necessario definire criteri chiari per garantire un utilizzo inclusivo delle tecnologie. Tra questi, l’universalità dell’accesso ai servizi digitali, la trasparenza comprensibile dei sistemi algoritmici, la riduzione della complessità delle interfacce, la co-progettazione con le comunità e l’attenzione all’impatto ambientale delle infrastrutture digitali.

In questo quadro, i diritti digitali emergono come una naturale estensione dei diritti umani, fondamentali per garantire dignità e partecipazione nell’era dell’Homo digitalis.

Il contesto europeo rappresenta un riferimento importante in questo dibattito. Le politiche sull’intelligenza artificiale promosse dall’Unione Europea mirano a coniugare innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali, ponendo al centro principi come equità, trasparenza e accountability. Affinché questi principi si traducano in pratiche concrete, è necessario affiancare alla regolazione processi partecipativi e strumenti operativi capaci di coinvolgere attivamente la società civile.

In questo contesto, la qualità della vita nell’era dell’Homo digitalis dipende dalla capacità collettiva di governare la trasformazione digitale, invece di subirla. Le nuove vulnerabilità e le nuove opportunità generate dall’intelligenza artificiale richiedono un ripensamento profondo delle relazioni tra tecnologia, diritti e ambiente.

Questo contributo si inserisce nel percorso di ricerca e azione promosso da Think & Act sulle nuove discriminazioni, con particolare attenzione al ruolo delle tecnologie digitali e si collega alle priorità europee legate al contrasto alla disinformazione e alle disuguaglianze emergenti.

 

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